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"Il mio lavoro è il più bello del mondo, perché ho la possibilità di esprimere me stessa e anche di far emergere la personalità e l’audacia a volte sopite nelle spose”.
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Matrimonio nell’antica Roma: come è cambiato il rituale nel tempo

Sapete come celebravano il matrimonio nell’antica Roma? Noi tutti siamo abituati a conoscere i riti delle nozze moderne, ma in passato le cose erano molto diverse. Dimenticatevi tutto quello che sapete perché a quei tempi era totalmente differente, iniziando dalla scelta del proprio partner di vita. Scopriamo com’é cambiata la storia nel corso dei secoli.

In principio, non era possibile sposarsi se appartenenti a classi sociali diverse, solo dopo una legge dell’Imperatore Caracalla fu introdotta questa possibilità. Gli accordi matrimoniali avvenivano fra i padri dei giovani ragazzi che non avevano voce in capitolo. I modi per unirsi in matrimonio erano quattro e potevano avvenire tramite riti religiosi oppure tramite accordi simili a delle compravendite. Vi erano dei rituali da seguire alla vigilia delle nozze, durante la cerimonia stessa e anche quando i novelli coniugi entravano finalmente dentro la loro casa. Queste tradizioni erano di buon auspicio per una vita prospera insieme.

La storia del matrimonio degli antichi Romani

Per i Romani il periodo migliore era la seconda metà di giugno, durante il periodo di transizione fra la primavera e l’estate. A Roma lo sposalizio era un diritto che seguiva una serie di leggi redatte appositamente per esso. In principio, lo ius connubi, ovvero la capacità di contrarre matrimonio era concessa solo a persone della stessa classe sociale. Grazie ad una legge del 445 a.C. fu esteso il diritto di sposarsi anche fra patrizi e plebei, ma solo a Roma. Si dovette attendere un’ulteriore legge da parte dell’Imperatore Caracalla per poter espandere questo diritto su tutto l’Impero.
La tradizione prevedeva un periodo di fidanzamento che aveva inizio quando i padri degli sposi procedevano con gli accordi pre-matrimoniali.
I modi per unirsi in matrimonio erano:

  • La Confaerratio, ovvero un rito religioso che consisteva nell’offrire al pontefice massimo del flamen diale, i cosiddetti sacerdoti di Giove, una focaccia fatta con il farro davanti a dieci cittadini che costituivano i testimoni.
  • La Coemptio, un’usanza civile molto simile ad una negoziazione. In sostanza, la moglie era la merce e il futuro marito l’acquirente.
  • L’Usus, una direttiva che prevedeva ad una coppia di sposarsi dopo aver convissuto per almeno un anno di tempo.
  • La Sine manu. Questa unione consentiva al padre della sposa di mantenere totalmente la patria podestà e gli consentiva anche di poter ereditare tutti i suoi beni.

Altre particolarità su come celebravano il matrimonio nell’antica Roma si ritrovano nelle procedure da seguire per il fatidico giorno. Alla vigilia delle nozze la ragazza offriva in dono alla Fortuna virginalis, la protettrice delle giovani spose, la toga orlata di color porpora chiamata toga praetexta che era indossata da tutti i fanciulli e le fanciulle ancora liberi, ovvero non sposati. La stessa sera, prima di coricarsi, la futura moglie indossava una tunica bianca lunga fino ai piedi con una cintura chiusa da un nodo all’altezza della vita. Questo nodo andava poi sciolto dal marito la prima notte di nozze.
Nel corso della cerimonia il viso della ragazza era coperto da un velo di colore arancione per impedire che venisse visto. Durante il rito gli sposi dinnanzi a parenti ed amici pronunciavano le parole del rituale e suggellavano il contratto di matrimonio. La madrina poi, congiungeva le loro mani come segno di fedeltà reciproca.

I festeggiamenti

Solo dopo la funzione avevano inizio i festeggiamenti con un ricco banchetto in perfetto stile romano.
Al termine di esso, la sposa veniva portata fino all’abitazione del suo sposo con un corteo cerimoniale. Arrivati sulla soglia di casa il marito prendeva in braccio la moglie, oltrepassava una pecora stesa sul pavimento dell’atrio e la conduceva all’interno del loro nido d’amore. Mentre al di fuori gli invitati intonavano canti al Dio protettore dei matrimoni. Giunti alla fine della celebrazione lo sposo poteva finalmente chiedere il nome della propria consorte, la quale rispondeva ”ubi tu Caius ego Caia”, ovvero “dove tu Gaio io Gaia” esprimendo la sua volontà di comunione di vita con suo marito.

 

 

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